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Aggiornato 
02/2009
Casella di testo: PSICOLOGIA

Questa volta prendo licenza da Voi lettori che mi seguite (bontà vostra) per parlarvi di un argomento piuttosto di psicanalisi che di medicina, ma tant’è che la rubrica si pone proprio come un incontro su temi di informazione medica e non solo.

Mi è capitato recentemente di dover subire la perdita di un caro amico.

Non è facile staccarsi dal piacere di “godere” di una buona amicizia. Ci si sente più vuoti. Il dolore provato mi ha fatto pensare a quello che veniva insegnato, a noi studenti universitari di allora, che ci accingevamo a diventare “dottori in medicina” di non abbandonarci al sentimento di empatia verso il malato ma piuttosto di staccarci completamente da loro e quanto più questo accadeva meglio potevamo curare il nostro ammalato.

Perché affronto questo discorso sulla empatia, lo spiego subito. Ho provato su me stesso quel sottile ma fortissimo dolore che prende il proprio io nel profondo fino ad annullarti, a non farti sentire più niente al punto che non ti importa più di nulla. Fino a morire di “dolore”.

 

 

Ecco, l’empatia si insinua in noi fino a distruggerci. EMPATIA significa – dal punto di vista della relazione – sentirsi l’uno con l’altro.

Sempre recentemente ho sentito dire di un ragazzo che si è lasciato morire poiché non riusciva a rassegnarsi della morte – tragica tra l’altro – di un suo amico.

Ecco io mi domando e domando a Voi, fino a che punto dobbiamo essere empatici e fino a che punto no. E’ giusto che l’uomo si abbandoni a questo sentimento?.

Lo psicanalista KOUT sostiene che l’empatia sia molto importante nella maturazione sia psichica che biologica di una persona. Egli asserisce che le patologie e le malattie di sé stessi sono generate dalla mancanza di empatia da parte dei genitori nei confronti del bambino. In base a questo concetto ritiene che il medico, ma tutti quelli che ne sono capaci, possono attraverso l’empatia esercitare una sorta di attività terapeutica nei confronti di chi soffre. Attraverso l’empatia, infatti viene ad essere sostenuto chi soffre.

Ma allora il discorso iniziale viene ad essere inficiato. Non si può morire di dolore perché se siamo empatici verso quella persona la dobbiamo rispettare, interpretare il suo reale stato di bisogno ed accettare dignitosamente tutto quello che gli appartiene.

C. Rogers afferma che "L’empatia pone al centro la dignità della persona, non la considera un oggetto da manipolare per il bene dello stato, delle istituzioni educative, per “il suo bene” o per soddisfare il proprio bisogno di autorità." Componenti dell’empatia sono: 1.la trasparenza 2.la comprensione empatica 3.l’accettazione incondizionata.

Trasparenza verso una persona significa non simulare un sentimento mentre se ne prova un altro; la comprensione empatica significa comprendere il punto di vista della persona che ci sta di fronte senza però che questo diventi poi il nostro punto di vista; la comprensione empatica poi rappresenta la parte più importante poiché sottolinea il ruolo che abbiamo di eliminare tutti i giudizi verso la persona compreso le valutazioni, le approvazioni o le disapprovazioni ed eventuali possibili correzioni.

Ma allora che senso ha il ribellarsi al sentimento di empatia se questo non implica assolutamente l’annientamento dell’ IO. Non è vero che per mezzo dell’empatia ci si può lasciar morire?.

Ebbene, io credo che una cosa sono i pensieri filosofici e psicoanalitici, ed una cosa è calarsi in situazioni EMOTIVAMENTE COINVOLGENTI che non possono essere governate dalla ragione. Non posso confermare, per l’esperienza che ho avuto personalmente, che l’empatia verso un amico, una persona o chicchessia, possa essere controllata e controllabile come descritto dagli specialisti del settore.

Posso soltanto dire che io stesso – come quel ragazzo che si è lasciato morire – ho dovuto faticare non poco a staccarmi dal sentimento che provavo dalla perdita di una cara persona con la quale ho condiviso momenti di “fratellanza” che in virtù di una coetanietà mi rendevano poco tollerabile la perdita. E’ facile aspettarsi che i genitori possano morire prima di te, non è facile rassegnarsi al fatto che i figli possano morire prima dei genitori.

Non c’è un’ obiettivo preciso in questo articolo, soltanto la condivisione con Voi pazienti lettori di un argomento che mi ha molto preso un po’ perché è capitato a me stesso, un po’ perché venuto a conoscenza indiretta. La speranza che possiate trarne uno spunto di riflessione che vi possa aiutare nella vostra esperienza di vita. Grazie sempre della vostra pazienza e …. Alla prossima pillola.

 

Dr. Luigi Grosso