Categories:

Come Presidente dell’Associazione Insalux,

sento il dovere morale e civile di levare la mia voce di fronte all’immane tragedia che si è consumata all’ospedale Monaldi di Napoli.

Una vicenda che lacera le coscienze e che ci impone una riflessione profonda, non solo sugli errori medici, ma su cosa sia diventata oggi la nostra concezione della vita umana, sempre più intrappolata tra freddi calcoli utilitaristici e l’eclissi di un’autentica umana pietà.

I fatti, nella loro cruda realtà, sono una pugnalata al cuore: un bambino di soli due anni, il piccolo Domenico, sottoposto lo scorso 23 dicembre a un primo trapianto con un cuore giunto, secondo le indagini, già danneggiato a causa di una cattiva conservazione durante il trasporto.

E poi, dopo il danno, l’atroce beffa.

Si accende la speranza per un nuovo organo compatibile, ma il vertice dei luminari, l’Heart Team giunto dai massimi centri d’eccellenza italiani, decreta un gelido e insindacabile “no”!.

Le condizioni del piccolo, debilitato da settimane di terapia intensiva e dal supporto meccanico, vengono giudicate troppo critiche per affrontare l’intervento, e quel cuore viene destinato a un altro paziente in lista d’attesa.

Nessuno vuole sostituirsi al delicato e tremendo giudizio clinico dei medici, i quali hanno ritenuto il rischio chirurgico altissimo e le condizioni del bambino troppo compromesse.

Eppure, questa decisione “presa nel nome della scienza” lascia una ferita profonda.

Ci troviamo di fronte a un destino appeso a un filo sottilissimo, in una vicenda che mescola errore umano, sfortuna e un’attesa straziante.

Nel buio di questa stanza di terapia intensiva, dove una madre di nome Patrizia ha visto le proprie speranze accendersi per poi essere brutalmente spente, è intervenuto solo il conforto spirituale del Cardinale Domenico Battaglia, per cercare di lenire un dolore reso atroce dal rincorrersi delle notizie.

Questo dramma solleva un velo su una realtà agghiacciante: oggi sembra essersi perduto il rispetto sacro per la vita.

Viviamo in un’epoca segnata dall’eclissi del senso di Dio e dell’uomo, una società che scivola verso un materialismo in cui proliferano utilitarismo ed edonismo.

L’essere umano, chiuso nello stretto orizzonte della fisicità, viene spogliato della sua dimensione trascendente e considerato alla stregua di un semplice organismo biologico, le cui uniche logiche sono quelle dell’efficienza.

La nostra società odierna esalta il potere, il successo e l’efficienza, considerando la fragilità come una condizione svantaggiosa, un limite o uno scarto da nascondere.

Ma la fragilità, come ci ricordano i pensatori più illuminati, non è un sintomo da curare, bensì un’espressione irrinunciabile del nostro essere-nel-mondo.

Proprio nella fragilità sono custoditi i valori umani più preziosi: l’empatia, la partecipazione e la comprensione del dolore altrui.

Quando la medicina e la società dimenticano questo, la morte in ospedale diventa un’esperienza alienante e anonima, dove il paziente diventa un numero e una malattia, privato di quella vicinanza fisica e psicologica di cui avrebbe disperatamente bisogno.

Il dolore di un genitore che perde un figlio è qualcosa che va contro natura.

Come ha ricordato Papa Francesco, la morte di un figlio ferma il tempo, aprendo “una voragine che inghiotte il passato e anche il futuro”.

È un buco nero che si apre nella vita delle famiglie, davanti al quale si resta paralizzati e ammutoliti, arrivando persino a prendersela con Dio.

 In queste circostanze, le parole di rito rischiano di essere banali o addirittura di allargare la ferita.

Ciò di cui queste famiglie hanno bisogno è una vicinanza fatta di amore, di ascolto e di presa in carico totale.

Insalux si batte ogni giorno affinché la persona torni al centro della cura.

Non possiamo accettare che la medicina, spinta dal mito della tecnologia e dell’onnipotenza, cancelli l’umanità dai suoi protocolli.

È necessaria una generale mobilitazione delle coscienze per costruire una nuova “cultura della vita”, che ponga al primo posto il primato dell’essere sull’avere e della persona sulle cose.

Alla magistratura spetterà il compito di accertare le gravi responsabilità su quel primo cuore danneggiato, che ha segnato il punto di non ritorno per questa giovane vita.

Ma a noi tutti, come società civile, spetta il compito di interrogarci: stiamo davvero costruendo un mondo in cui ogni vita, per quanto fragile, debole o disperata, viene accolta e amata incondizionatamente?

Al piccolo Domenico e alla sua mamma Patrizia, a cui è stato negato il miracolo della scienza, va l’abbraccio più forte della nostra Associazione.

Che il loro dramma non sia vano, ma scuota le fondamenta di un sistema che, per ritrovare se stesso, deve urgentemente tornare a guardare l’uomo non come un ingranaggio guasto da scartare, ma come un mistero sacro da amare.

Tags:

Comments are closed