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Quanta nostalgia mi assale quando chiudo gli occhi e rivivo quella Napoli antica, quella dei primi del Novecento, quando i vicoli di Spaccanapoli pulsavano come un cuore vivo, illuminati non dalle luci al neon, ma dal bagliore di anime artiste.
Immagina: un artista di strada, magro e con gli occhi accesi dal fuoco della passione, seduto su un gradino consunto di un palazzo antico, con la chitarra tra le gambe e il mandolino che recita melodie eterne.
“O’ sole mio” non era una canzone registrata, era un canto d’amore che si levava dal basso, rimbalzando sui muri di tufo fino a raggiungere i balconi delle mamme che stendevano i panni.
E poi c’era «Na sera ‘e maggio», gemma di nostalgia pura scritta nel 1937/1938 dal paroliere Gigi Pisano e dal compositore Giuseppe Cioffi.
Fu l’ultimo grande successo prima della seconda guerra mondiale, noto per narrare un addio tra innamorati, cantata da un mandolinista solo sotto un lampione tremolante, con la voce che si spezzava per l’emozione di un amore lontano, proprio come Napoli lontana dal cuore degli emigranti.
Quei musicanti, figli del popolo, non chiedevano monete: regalavano poesia.

